Forum di Grottammare
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Autore: Titolo: Dialetto
paoloturco

10-3-2003 14:53 Edit Post Reply With Quote
Dialetto

Trascrivo la discussione sul dialetto, aperta da Filippo Bruni il 27 novembre 2001.

Dialetto
Mi piacerebbe aprire un dibattito sul dialetto e sulla storia e le origini delle parole, frasi e modi di dire.
Comincio con... «A ci'»
Quando incontravo Menechina, sapendo la mia passione per la Robur, mi diceva:
«A ci', dumenica jame a vedè la Robbur?»
«Jame, jame, Menechi'», forzando un po' il mio più giovane dialetto.
«Dache vuttà lu sole derete la porte»
Quante volte mi sono fermato per parlare con questa incredibile ''Signora della Storia di Grottammare''...
E quell'«A ci'»... me lo sento ancora nelle orecchie e nel cuore.
Oggi nessuno ti chiama più cosi!!!
Qualcuno sa perchè i ragazzi venivano chiamati così?
Filippo Bruni
martedì 27 novembre 2001 - 16.57.29

Dato che...
Dato che nessuno ''abbocca'', questa sera fungerò da ''triglia'', provando a risponderti, Fili'.
Che, per caso, ''a ci''' sta per ''a ciccio''??
Che te so', Fili', ce so' provate!!
E a Firenze quando ci si va per mettere lu sole 'rrete le porte??
Con affetto.
g. ghiga
venerdì 30 novembre 2001 - 23.39.31

A ci'
Proviamo a fare qualche collegamento, ricordando una parola abruzzese contenuta nella famosa canzone Vola vola, la "citilanza" (...potesse riturna' pe' n'ora sola, lu tembe bbelle de la citilanza...).
La citilanza nella terra dei nostri vicini teramani è la fanciullezza, l'età in cui si è "cituli", naturalmente dal tardo latino citulus, addolcimento di cactulus, piccolo germoglio, diminutivo di cactus. Dalla stessa parola viene l'italiano cacchio = appunto germoglio (v. scacchiare una pianta) e l'altro termine gergale che ci viene subito in mente... A questo proposito ricordo che a Grottammare i piccoli cani non si dicono cuccioletti, ma caccioletti, con evidente riferimento alla stessa radice etimologica.
Dunque a ci' e' bambino mio, fanciulletto, piccolo, nel senso più affettuoso possibile, direi in senso materno...
E' per questo, Filì, che non ti ci chiama più nessuno ...
Piuttosto sarei curioso di sentire qualcosa su "friche", che credo sia tipicamente grottese: qualcuno ne sa qualcosa?
prof. Aristide S.
sabato 1 dicembre 2001 - 1.24.42

Citazione dialettale
Caro Aristide, la tua spiegazione, molto dotta, a me sembra un po' troppo fantasiosa (non per questo inverosimile). Ti ricordo che in Emilia i bambini vengono chiamati affettuosamente "cinni".
Per li ''caccelitte'' propendo per una forzatura di cagnoletti.
Invece "frichì", secondo Pio Ottaviani (99), mio maestro, dovrebbe derivare da "frugolo".
Caro Aristide mi ha fatto un piacere immenso questo scambio di opinioni.
Continua ad entrare in questo forum con altre proposte per discutere.
Filippo
Filippo
sabato 1 dicembre 2001 - 12.02.54

Discussione
Discutere del dialetto di Grottammare con mia figlia è incredibile visto che è nata a Varese. Vuol dire che chi ben semina raccoglie buoni frutti. La spiegazione data è semplice ma potrebbe essere giusta. Invatti ciccetto è un modo affettuoso che potrebbe essere stato usato in passato. Ho una cugina di nome Ernesta che è sempre stata chiamata affettuosamente CICCETTA.
Grazie Gio' .
'Pe lu salè derete la porta della Fiorentina spereme che nce serve'
Ciao
Filippo
sabato 1 dicembre 2001 - 12.09.32

Uccellino!
Ma noo, «ci'» non è «cit'l», né ciccio, né cicio o cicetto.
E' tanto chiaro che deriva da «ci'elletto», o «celletto», cioè uccelletto, uccellino, nomignolo scherzoso con cui ci si rivolge teneramente ai bambini, specialmente ai maschietti.
''Poro cielletto, perché piangi, cosa ti è successo?''
Non vi ricordate dell'ultima volta che vi hanno detto così, eh?
Si vede che è passato troppo tempo...
Cristina
Cristina
martedì 4 dicembre 2001 - 4.08.31

A Cì.
Anche la versione data da Cristina potrebbe essere buona. Vedremo se verrà qualche altro contributo.
Intanto voglio raccontarvi un episodio accadutomi alcuni anni or sono. Viene a farci visita a Varese un amico di mia figlia di Grottammare. Rallegrato dal fatto di poter parlare in dialetto, gli chiedo se, per cena, gradisce un piatto di PAPARAZZE. Con mio grande stupore e rammarico il nostro ospite mi risponde di non sapere che cosa siano. Spero che a Grottammare sia l'unico.
Chi sa perché le paparazze vengono chiamate così?
Forza, un bel dibattito!!!
Filippo
venerdì 7 dicembre 2001 - 17.40.26

Paparazze
Paparazze deriva da povero, cibo dei poveri, poveracce.
Nella vicina Romagna si chiamano peverazz, o direttamente poverazz.
prof. Aristide S.
sabato 8 dicembre 2001 - 1.28.20

Paparazze
E' vero, PAPARAZZE stava proprio a rappresentare il cibo povero. o per i poveri.
Durante un pranzo, in un motoraduno di Rimini, lessi nel menu: Spaghetti con le PUARAZZE. Mosso da curiosità chiesi a dei vecchi riminesi, i quali mi svelarono l'arcano. Se però ci fossero altre interpretazioni... altrimenti che dire delle ''CUCCHIAPADELLE''?
Caro Aristide, a presto.
Filippo sabato 8 dicembre 2001 - 18.52.26

cocchie patelle
Filippo, discolaccio, tu mi vuoi provocare .
Stasera però il prof. è stanco e devi darti la risposta da solo.
Prendi il tuo vecchio Campanini e Carboni e cerca coclea, o cochlea, poi cerca patulus, patula, o anche più direttamente patella: poi ci riferirai in merito.
Ciao.
prof.Aristide S.
domenica 9 dicembre 2001 - 1.29.39

Cucchiapatelle
caro profesore, sono un modestissimo Perito Tecnico che del latino ricorda solo qualche parola. Il vocabolario lo chiederò a mia figlia e vedremo. Però non potrebbero esserci spiegazioni meno tecniche, ma per questo più sugestive? vediamo se qualche grottese può venirci incontro? Il mio maestro Pio Ottaviani qualche opinione in proposito l'aveva. A presto
Filippo
Filippo
lunedì 10 dicembre 2001 - 19.01.24

Dove siete finite?
Cristina, Giorgia, dove diavolo siete finite?
Con il quasi anonimo professore mi sento solo ''prassà''. Forza: ''prassà'' è facile prassà.
Ci volete provare? Ciao.
Filippo
__________________
Intervento del moderatore:
Purtroppo si è inavvertitamente cancellata la risposta di Cristina a questo messaggio, che cerco di ricostruire a memoria qui [ma ora farò un backup di tutto il forum, data questa pericolosa labilità]
In sostanza Cristina si lamentava della facilità delle domande di Filippo, lo invitava a chiedere al Professore cose più difficili, e soprattutto - costruttivamente - cose che lui non sapeva, non ciò che già lui sapeva, per esempio l'origine del termine "ciuco" nel significato di "piccolo", che Cristina avrebbe voluto conoscere.
Paolo
venerdì 14 dicembre 2001 - 15.13.27

Grande
Grande Cristina, penso che tu abbia ragione è facile "prassà" però
cerco di allargare la cerchia dei partecipanti al forum. Per quanto riguarda la parola "ciuco" per dire piccolo penso derivi da cucciolo.
Sarà vero? Ci sono tante parole o frasi che hanno un origine a me oscura però sembra giusto procedere per gradi. Speriamo che questo dibattito possa svilupparsi. Gne nocce!!!! No.
Filippo
Filippo
sabato 15 dicembre 2001 - 17.32.13

sse ca... de cucchiapadelle!
Sento tanti ''prrrrof'' che si alambiccano la ''cocce'' per spiegare parole talmente semplici che ''me ce vè lu ride!''
Dunque: le cucchiapadelle si chiamano ''ccuscì'' perchè assomigliano a ''le scorze de le padelle quanne, nà vote, unde e bisunte pè pulille e faje cascà lu nere, se sbattì perterre e li pizze de lu zozze che caschì ere neri'' e sembravano la ''cocchia'' delle cozze! Chiaro?!
Per capire poi il significato di ''a cì'', secondo me bisogna usare il femminile della parola stessa e cioè ''a cè'' che è l'abbreviativo di ''celletta''. A le Grotte, come tutti sanno, il sesso maschile, stranamente, viene chiamato con un nome al femminile e cioè (scusate) ''la cella'' . Per cui il sesso di un bambino o giovinetto, di conseguenza, usando il diminutivo diventa ''celletta'' per cui il diminutivo diventerebbe ''a ce'', ma per distinguere un bambino da una bambina viene maschilizzatto e pertanto è diventato ''a cì''.
In subordine, condivido in parte l'aggancio all'idioma ''citele'' usato nel pescarese. Questo perchè il dialetto Grottese ha in comune con quello pescarese diverse parole dialettali. Cullò, cullì, cussò, cussì per esempio sono parole normalmente usate solo ed esclusivamente nei dialetti di queste due cittadine. L'origine di questo accostamento la ignoro ma, se tanto da tanto....
Ciao Bruciaferre, ce rsenteme! Saluta i ''gobbi''.
G. g.
sabato 22 dicembre 2001 - 2.31.16

Rispondo a G.
Finalmente un nuovo interlocutere, il sig. G.
Tutti vogliono rimanere anonimi (?). Va bene anche così!!!!
A proposito ''Professò si itu in vacanze?'' dai, datti da fare.
Nei prossimi giorni ne riparleremo. Ciao.
Buone Feste a Tutti.
Filippo
P.S.: G., du si itu a truva' sta teoria su le cucchiapadelle?
Filippo
domenica 23 dicembre 2001 - 19.41.18

A-ci
Mi pemetto di intervenire su questo modo dire" A -ci" perchè essendo nato a Grottammare ed avendo avuto una nonna che di dialetto se ne intendeva perchè di famiglia Grottammarese da sempre,ritengo che Cristina ha pienamente ragione. Purtroppo da molto tempo a me non mi hanno più chiamato a ci perchè non sono più tanto giovane, ma ricordo che ci il più delle volte stava come abbreviazione di celletto. Auguri e Buone Feste
Antonio
Antonio l
unedì 24 dicembre 2001 - 1.20.14

Nuovi ingressi!
Professo', nuovi entrati nel forum, che meraviglia!
Speriamo che le vacanze scolastiche finiscano presto, provo una certa nostagia per le tue dotte spiegazioni.
La teoria di Cristina trova proseliti. Va bene vedremo!
Ciao a tutti, fra poco nuovi interrogativi sul dialetto più bello del mondo.
Buon anno.
Filippo
venerdì 28 dicembre 2001 - 23.15.39

Cussù, cussì, cullù, cullì
Scusate la mia professorale e ormai - temo - scontata pedanteria, ma il buon G. mi ha attirato in un campo gravitazionale irresistibile con la citazione delle similitudini tra grottese e pescarese, sventolando, a riprova della sua opinione, i pronomi «cussù», «cullù», eccetera...
Questo mi ha fatto tornare alla mente una mia vecchia osservazione: che nel dialetto grottese c'è ancora la distinzione tra «questo», «codesto» e «quello» [che si ritiene generalmente che solo i toscani sappiano utilizzare: «questo» vicino a chi parla, «codesto» vicino a chi ascolta e «quello» lontano da entrambi] che ormai nell'italiano corrente è del tutto trascurata (c'è perfino chi pensa che «codesto» sia un modo equivalente ma più aulico di dire «questo»).
Infatti, se non mi sbaglio di grosso, nel raffinato nostro idioma - e qui, io la penso diversamente da Lillo, il dialetto, rispetto alla lingua, si fa strumento di precisione - si dice ‘stù, ‘ssù e ‘llù per questo, codesto e quello, e addirittura custù, cussù, e cullù, dove il cussù – lontano da chi parla e vicino a chi ascolta – corrisponderebbe a un «codestùi» ormai perduto anche nell’italiano dei senesi più colti e magniloquenti, e venuto via forse anche dalle pagine del Tommaseo…
prof. Aristide S.
martedì 8 gennaio 2002 - 18.10.53

pubblichiamo
Sono stato citato per aver affermato "...ristrettezza di terminologia tipica di ogni dialetto". La mia è una cultura prevalentemente scientifica per cui non mi addentro nei particolari linguistici del nostro dialetto. Questa vocazione è ben svolta dal prof. Aristide.
Che il vocabolario di ogni dialetto sia ristretto rispetto alla lingua ufficiale è ovvia e nota. Per averne una prova basta esprimere un concetto scientifico o descrivere un macchinario per rendersi conto di quanta difficoltà si incontra nel trovare parole precise. Al massimo si riesce a descrivere per metafore molto semplici e molto colorite (un esempio indiretto potrebbero essere i soprannomi, i quali spesso riescono a descrivere il personaggio usando una sola parola).
Non dimentichiamo che il dialetto era il mezzo espressivo della massa e non del dotto: questo vuol dire immediatezza con poche parole e senza entrare nel particolare.
Che poi il nostro dialetto grottese sia raffinato nessuno può metterlo in dubbio.
La riprova è stata ben evidenziata dal prof. Aristide con "Cussù, cussì, cullù, cullì".
Poichè i vari interventi a questo forum (al di là delle professorali) sono interessantissime in quanto riflettono sicuramente un vivere con piacere la nostra Terra natia, vorrei invitare Paolo Turco a farsi promotore di una pubblicazione avente per oggetto questo forum a più tematiche riguardanti il nostro dialetto.
Sarebbe un punto di partenza e di riferimento per le nostre istituzioni scolastiche cittadine, e per i grottesi/grottammaresi un modo di ritrovarsi per non perdersi.
Sono convinto che questa Europa ci porterà tutti anche verso un linguaggio comune (l'inglese).
lillo
sabato 12 gennaio 2002 - 12.02.27

dialetto e lingua
L'affermazione di Lillo e la sua esortazione a Paolo a pubblicare gli interventi di questo Forum - magari quando si sarà più arricchito di contenuti - mi hanno spinto a riflettere sull'evoluzione parallela della lingua e del dialetto.
In effetti, mentre la lingua, pur corrompendosi, si evolve in senso positivo, perché giustamente accetta parole nuove - che vengono da altre lingue, o da ambiti scientifici, tecnici, politici, filosofici, o comunque non letterari, ma anche da ambiti letterari - il dialetto può corrompersi e basta, perché se accetta nuovi termini semplicemente si snatura.
E' chiaro quindi che negli ambiti tecnico, scientifico, politico, ecc. la lingua, arricchendosi e snodandosi continuamente, finisce per risultare strumento insostituibile non solo per comunicare, ma addirittura per pensare.
Ma nell’ambito immutabile dei sentimenti, delle tradizioni, del piccolo mondo familiare, in quello rurale o vicino ad esso, in quello, anch’esso a suo modo tecnico, degli antichi mestieri – il fabbro, il ciabattino, il carrettiere, il muratore, il tagliapietre, il vinaio, il bottaio, il barbiere, la lavandaia, il bottegaio, il sarto (mi vien da dire il sartore), il materassaio, il falegname, il cuoco, eccetera eccetera – il dialetto è infinitamente più ricco e sfumato della lingua, o almeno della lingua che quotidianamente usiamo.
Ricordo di aver letto da ragazzo un lavoro di un glottologo tedesco che aveva analizzato e studiato la nomenclatura di oltre 400 parti del carro agricolo in dialetto materano degli anni ’50; non pensavo neanche che ci fossero, 400 pezzi diversi in un carro agricolo, e che poi tutti avessero un nome…
Ah, ma tornando a Grottammare, se potessi riascoltare le parole che suonavano così dolci di mia nonna Loreta (che di origine però era teramana), quando mi diceva: «nannù», va’ a vedere se le galline hanno «fetato»…
Fetare è un verbo che non esiste in italiano. Vorrei esortare chi legge a trovare altri termini del grottese inesistenti in lingua, potrebbe essere l’ultima occasione per salvarli dall’estinzione…
prof. Aristide S.
mercoledì 16 gennaio 2002 - 19.34.19

Gnenocce
Questa frase ''gnenocce come cresce'', ascoltata tante volte quanto le donne incontrano altre mamme con bambini da poco nati, mi ha sempre creato curiosità. Io credo che il vero significato sia ''la invidia di chi lo guarda non gli noccia''. Vorrei sentire da altri se è giusto il mio pensiero.
(postato in dicembre 2001, trasferito in questa sezione dal moderatore del forum)
Antonio
domenica 20 gennaio 2002 - 20.07.19

gne nocce!
Caro Antonio, per quel che mi risulta, la tua versione è esattissima.
Però debbo dire un pò facilina. Che ne pensi di andare a capire perchè in campagna la scarpata si chiamava ''lu jemmete".
Questo è un pò più difficile. Chi può saperlo? (Professò, ferie lunghe?)
BUON ANNO A TUTTI
(postato il 30 dicembre 2001, trasferito in questa sezione dal moderatore del forum)
Filippo
domenica 20 gennaio 2002 - 20.11.24

gne nocce
Discolaccio di un Filippo, frena il tuo spirito competitivo, e lascia stare lu jemm't, che è chiaramente il ''limite''.
Continuiamo invece a parlare di "gne nocce", per favore, che non è semplicemente un'espressione semantica, ma il rivelatore di un modo garbato e socialmente evoluto di porsi nei confronti dell'interlocutore e della sua cultura.
Io ho sentito dire "gne noccia", tanti anni fa, non di fronte a un bambino ma entrando in una meravigliosa stalla - come forse dalle nostre parti ormai non ce ne sono più - piena di vacche da latte.
E bisognava manifestare - insieme all'ammirazione per tanta ordinata opulenza - l'assoluta assenza di un sentimento di invidia! Quel 'gnenoccia!!!' che ascoltai, sgorgato dall'animo di chi mi accompagnava nella visita, conteneva in estrema sintesi l'una e l'altra.
(postata il 30 dicembre 2001, trasferito in questa sezione dal moderatore del forum)
prof. Aristide S.
domenica 20 gennaio 2002 - 20.15.31

Stave penzenne...
Professò, Ndò e quanti altri, "so rvenuto". Un Virus mi aveva "mbrattato" il computer, ma ora tutto è risolto e finalmente eccomi qua.
Giornata tetra qui in Lombardia. Mamma mi ha detto che a Grottammare invece... Meglio che non ci penso. Stavo (poco fa) stendendo una macchinata di lavatrice e piegando e ripiegando le lenzuola mi sono venute in mente le donne di Grottammare che, tempo fa, lavavano i panni "jò lu rje" e poi stendevano le lenzuole sulle pietre bianche, 'li cuchele'. Stavano anche attente che i piccioni o i gabbiani, 'le cucale' non rendessero vana tanta fatica.
-LI CUCHELE- e -LE CUCALE-
Buon lavoro a tutti. Ciao.
Filippo.
Filippo
sabato 2 marzo 2002 - 14.57.35

Lu Sturn'nture
Brava Cristina !Tu devi essere dell'epoca de lu Sturn'nture!
Port
Porto
martedì 17 dicembre 2002 - 23.52.24

Forum
Capisco che la candidatura a sindaco è importante, ma credo che anche le altre discussioni del Forum per un grottammarese dovrebbe essere importanti, pertanto invito tutti i partecipanti al forum di rispondere anche alle altre domande.
Antonio
sabato 1 marzo 2003 - 22.49.12


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paoloturco

12-11-2004 09:42 Edit Post Reply With Quote
Ma poi questo sturn'nture nessuno ha detto cos'è.

Forse perché tutti i grottesi lo sanno, o forse perché non lo sa nessuno...
Io, per esempio, non lo so. :-)

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paoloturco

29-11-2006 14:22 Edit Post Reply With Quote
Prova

Solo per prova
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paoloturco

1-11-2008 23:32 Edit Post Reply With Quote
Prova
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paoloturco

4-5-2009 12:53 Edit Post Reply With Quote
Prova del 4 maggio 2009
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