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Puntualizzazione su Susanna Faviani e Carlo Gentili
Conte Tacchia - 20-4-2004 21:10

Chiedo venia per il disturbo ulteriore che arreco per puntualizzare che nella trascrizione della mia discussione si sono persi i nomi dei fanciulli apparsi nel libro.
Pertanto lo riposto.



Agli autori del libro “Cento Battiti”
in occasione del Centenario della Parrocchia di San Pio V di Grottammare (AP)

Per conoscenza:
al sito della parrocchia di S. Pio V e delle altre parrocchie grottammaresi
al sito del centenario della parrocchia
al sito web dei curatori del libro
al sito del signor Paolo Turco www.paoloturco.it
al sito del comune di Grottammare
al sito dell’Accademia delle belle arti
all’sito del prof. Italo Tanoni, docente di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento – Università degli Studi di Urbino, Giornalista pubblicista
al sito www.siticattolici.it
al sito di Famiglia Cristiana
al sito del quotidiano Avvenire
all’Ordine dei giornalisti delle Marche
al sito del “Quotidiano” www.ilquotidiano.it
al sito dell’Osservatore Romano
al sito della Diocesi di San Benedetto del Tronto e ai vari servizi diocesani preposti ai beni culturali e archivistici.

Nella vostra nuova pubblicazione editoriale non vi esimete dal mostrare la vostra classica e disinvolta natura di giornalisti pubblicitari e non di giornalisti pubblicisti quali affermate di essere.
E dire che sua Eccellenza il Vescovo, ignaro della vostra astuzia nel promuovervi “professionalmente”, nella premessa al libro, ribadisce l’importanza dell’inquadrare i fatti del passato nel loro contesto spaziale e temporale, concetto che voi, avete nella vostra “carriera giornalistica” sistematicamente eluso.
Carta canta: basti citare, un vostro articolo, apparso qualche anno fa su un quotidiano locale a tiratura nazionale, in cui entusiasti, vi fregiavate del miracoloso ritrovamento giornalistico dei discendenti di Sisto V, trascurando il fatto che di Peretti nel mondo ce ne saranno almeno 1000.
Sarebbe bastato già quello per delineare in breve la vostra metodologia di indagine storico-giornalistica e seppellire ogni vostra credibilità.
Mirabile da un punto di vista pubblicitario la sistemazione nel libro, di vostri nomi, foto, didascalie e autoringraziamenti che vi fanno fra i migliori interpreti cittadini di quella che ho più volte chiamato nei miei scritti come “autocelebrazione” o “smania di protagonismo” tipicamente grottammarese.
Per chi volesse verificare quanto affermo, si “accomodi” nelle pagine del libro che citerò:
In ogni paragrafo del libro si ripete la dicitura “a cura di: Carlo Gentili” quasi ad aver paura che il lettore se lo dimentichi; a pag. 111 il coautore Gentili torna in una foto di sua proprietà, citata in piccolo nella didascalia (“foto Carlo Gentili”) che dice: - il coautore di Cento Battiti in una tipica carrozzina anni ’50. La foto è stata scattata nei giardini pubblici di Tolentino, città dove è nato nel 1958-.
Ecco poi un’altra foto familiare in cui si dice: “la giovanissima parrocchiana Graziella Faviani appoggiata all’auto del momento: la tipica 500 (“foto Graziella Faviani”); si sfruttano comunissimi oggetti di costume, per ribadire la pubblicità “genealogica” considerando che Graziella Faviani è la sorella della coautrice e la cognata del coautore.
Proseguiamo: a pag. 123 troviamo poi “una giovanissima Susanna Faviani, co-autrice di questo libro. Diventerà insegnante di storia dell’arte, giornalista, referente diocesana per l’Osservatore Romano”.
Oltre al parossismo di citare il proprio “curriculum” come se fosse quello di una professionista in cerca di lavoro (o di gloria pubblica??), mi chiedo se l’Osservatore Romano, abbia mai “osservato” vari fra gli scritti, peraltro in mio possesso, a firma Carlo Gentili o Susanna Faviani, di indubbia comicità ma che, con il giornalismo, la corretta informazione, la veridicità delle affermazioni e la deontologia professionale hanno ben poco a che spartire.
La “giovanissima” Susanna Faviani riappare a pag. 129 in una foto della prima comunione; e trascuriamo altri “inserzioni pubblicitarie” dei suddetti autori in ulteriori pagine del libro.
Stupisce, e senza dubbio disgusta però, il fatto di aver inserito il nome dei figli, come tenutari di collezioni fotografiche, con doveroso ringraziamento agli stessi, nelle ultime pagine, nell’elenco dei vari collaboratori della pubblicazione..
Infatti dopo pag. 24 dell’inserto d’arte curato dalla stessa Susanna Faviani, troviamo una foto in cui la “docente” mostrando e promuovendo una sua iniziativa all’interno della scuola media dove “insegna” (speriamo non la sua smania di protagonismo) nella didascalia in piccolo sotto la foto scrive “foto: Donato Gentili” e in terza di copertina sotto la foto che ritrae gli autori e il loro curriculum “foto: Damiano Gentili”, cioè i figli degli autori del libro.
Ciliegina sulla torta, gli autori che non mancano nello stesso elenco di ringraziamenti, di ringraziare se stessi. Dire che ciò sia paradossale è davvero un eufemismo degno del miglior Pirandello.
In un mondo di veline e velone, stendere un velo pietoso e tacere su un gesto di questo tipo che sbatte su una pubblicazione di dominio pubblico e promossa dalla parocchia, due fanciulli, ringraziati fra gli altri come se fossero adulti collaboratori, significa continuare a permettere che sin da bambini si inculchi ed inoculi il germe dell’esibizionismo e dell’apparire ad ogni costo.
Come se già la smania di protagonismo non fosse una piaga ben diffusa nella nostra società.
Un protagonismo che nuoce non soltanto ai fanciulli interessati, ma che svilisce la genuinità e la semplicità della vita parrocchiale, dell’umiltà del messaggio evangelico e della buona fede di chi (il buon parroco Flammini) ha permesso che all’amore verso i propri figli prevalesse la volontà di buttarli nella mischia, alle luci della ribalta, come un rito di iniziazione all’arte del protagonismo, parola che finisce in -ismo, ma che non ha nulla a che fare con il giornalismo (e sappiamo bene quanti altri –ismi abbiamo nuociuto alla Storia)
Non ci si meravigli di come allora molti giovani siano scettici nell’accostarsi all’ambiente parrocchiano.
Nella serata di presentazione del libro, un giovane nostro concittadino, in stato di ebbrezza, è stato allontanato come elemento disturbatore; ma quanti fra noi si sono cristianamente sentiti responsabili del suo stato?
Perché nessuno si è accostato a lui amorevolmente? Perché nel volto di un “Ministro dell’accoglienza” (e di quale accoglienza si parla?) traspariva tutto il disgusto e il disappunto per quell’ “imprevisto scenico” della “rappresentazione”?
Perché nessuno si è risposto che la sua presenza era schietta, sincera, reale, in un luogo in cui le uniche parole d’ amore cristiano e partecipato sono state espresse dal nostro beneamato vescovo? Perché nessuno si è chiesto se erano più ubriachi gli autori del libro? Forse perché l’ebbrezza da protagonismo, è latente, strisciante, e non disturba in apparenza, ma disgusta nel fondo del cuore.
Perché il giovane è stato invitato ad uscire dalla chiesa, quando proprio nel discorso di apertura, don Giovanni Flammini aveva detto di non dimenticarci che quel luogo era comunque la casa del Signore?
E’ stata una serata in cui i ringraziamenti e gli applausi sono fioccati a iosa: a riguardo mi domando che senso hanno dunque le riserve che il cardinal Ratzinger esprimeva tempo fa in un quotidiano nazionale in cui richiamava ad un maggiore contegno nella casa di Dio?
E stata una serata in cui invece ciascuno ha avuto il suo momento di protagonismo, primario o comprimario.
Ma come mai non abbiamo scorto nel volto di quel giovane ubriaco, lo sguardo di Cristo sofferente, e di Cristo che bussa alla nostra porta parrocchiale?
Perché nel tripudio ebbro di una commedia in cui gli autori del libro sono stati brillanti protagonisti, non abbiamo saputo scorgere quell’eco tragico, quel richiamo cristiano che la presenza di quel giovane ci invitava a recepire?
Perché come gli autori del libro viviamo faraisacamente nell’adesione alla vita comunitaria parrocchiale, ci accostiamo a tutte le iniziative, facendone parte o facendocene promotori, ma lungi da noi una presenza silenziosa, che non ci renda evidenti o meritevoli di quel che siamo o di quel che abbiamo fatto (come avviene nei tristi curriculum di Gentili e Faviani) e che non ci innalzi alla “gloria degli altari” o ai pubblici ringraziamenti?
Eccovi la risposta al mio anonimato Gentili e Faviani; quale miglior risposta se non dal vostro comportamento e dal vostro officium giornalistico.
In quella serata in cui, con buona speranza e ardente zelo, festeggiavamo i cento anni della nostra parrocchia, abbiamo perso di vista il “Padrone di Casa”, per dirla con le parole del nostro D. Giovanni; abbiamo perso di vista quello spirito, che pur essendo individuale, si annulla nel perseguire l’obiettivo comunitario e si esalta proprio nel sapere di essere anonimo tassello di una vita di comunione cristiana; nell’ebbrezza del celebrarsi, ringraziarsi, applaudire e fornire chiavi di lettura del libro (neppure fosse la Divina Commedia), abbiamo perso di vista il vero spirito cristiano.
So di essere ripetitivo, ma non fanno che rimbalzarmi in testa le parole e i concetti appresi dai miei genitori e da questa stessa parrocchia che ora è in festa e l’immagine di quel giovane, perso nelle sue miserie, ma grande agli occhi di Dio di fronte alla piccolezza di tutti noi altri festosi, fastosi e boriosi, sordi al vero richiamo cristiano.
Non può non rimbombarmi in testa la martellante boriosità di Gentili e Faviani, in ogni loro uscita, in ogni loro articolo, in ogni loro iniziativa, martellante quanto accorta nel non essere fastidiosa ai più, a chi conta o a chi ingenuamente ascolta; non può non rimbombarmi in testa, ad un paio di settimane di distanza dalla Pasqua, l’immagine di quel ragazzo, ebbro di vino ma non di protagonismo, che nella sua umiltà ci ha umiliato tutti quanti.
Ripartiamo da lui: reinserendolo nel tessuto parrocchiale e cittadino.
Non sappiamo perché quella sera è entrato in chiesa: forse per curiosità, forse volutamente, di sicuro non per becero protagonismo o per ricevere applausi o congratulazioni.
Torniamo allo spirito che anima il cattolicesimo e la nostra comunità parrocchiale; torniamo allo spirito di frontiera che spinge il cristiano non al godimento e al ringraziamento fine a se stesso per i servigi resi alla comunità in senso astratto, ma all’adoperarsi concretamente nel riavvicinare chi timidamente e sinceramente si accosta ed entra nella casa del Padre senza secondi fini o interessi particolari.
Quella sera, Gesù aveva bussato alla porta della nostra parrocchia, ma noi, presi dai festeggiamenti per il centenario, non lo abbiamo considerato per nulla; non chiedeva un applauso, non chiedeva un ringraziamento; quando lo abbiamo allontanato non ha opposto resistenza; in quella serata di boria Gesù ci era scomodo come quel giovane.
A riguardo chiedo solo una riflessione, proprio nel pieno delle celebrazioni parrocchiali, partendo proprio da queste mie considerazioni.
Lasciamo il pascolo per recuperare le pecore smarrite! Chi lo sa che quelle che ci sembrano più a loro agio nel pascolo non siano piuttosto smarrite nella ricerca spasmodica di protagonismo?
Si pensi al libro Cento Battiti: cari Gentili e Faviani in un libro in cui si celebrano i 100 anni di parrocchia, autoriferimenti e autocelebrazioni, già noti in ogni altro vostro scritto precedente, avreste potuto risparmiarveli per la pubblicazione del vostro libro di famiglia, e a spese vostre.
Ma evidentemente non l’avreste scritto voi: come a dire, è il vostro marchio di fabbrica.
E indegnamente usando le parole di Don Camillo, umanissimo personaggio del cattolicissimo e indimenticabile Giovannino Guareschi, “non lasciate che i pargoli facciano politica”: detta in parole povere: lasciate ai vostri figli godere la spensieratezza dell’infanzia senza infilarli in tenera età in quell’irto cammino di cursus honorum, che ad ogni costo (lo dimostra le castronerie che spesso scrivete) e senza alcun limite (al decorum) vi proponete di percorrere.
Se vorranno, e se glielo permetteranno, magari ne scriveranno uno in occasione dei 150 anni della Parrocchia, facendo tesoro magari, di questo mio consiglio e limitando gli autoringraziamenti e le autocitazioni alla prima di copertina.


Francesco Puricelli
de’ Conti Tacchia
(Patrizio Romano)

email: contetacchia80@libero.it